
Cinquantenne, pancetta appena accennata, mani grandi, pacato, voce profonda e tranquillizzante, imperturbabile. Maschio. Paterno.
Non ho mai desiderato così tanto il pene di un uomo; di vedermelo davanti agli occhi: gonfio e scuro, nerboruto, lucido e pulsante per la voglia di possedere una femmina.
Un desiderio ancestrale e biologico: quello di un uomo di maturo di eiaculare fra le cosce di una giovane donna, fecondandola.
So che, anche se nega con la pazienza di un padre che spiega alla sua bambina che no, non può sposarla, dietro la sua calma apparente, il turbamento è profondo.
Lo so intimamente. Lo leggo nei suoi occhi quando mi accoglie in studio, nel suo sguardo avido sulle mie curve, nei tentativi di controllare il respiro mentre gli racconto le mie fantasie sessuali, con uomini più grandi, entrando nei dettagli più intimi. Lo sento ogni volta che la voce lo tradisce.
Malgrado il suo corpo reagisca da maschio, la sua volontà e professionalità non cedono di una virgola. Sento la fatica con la quale controlla i suoi istinti di uomo e spiega che in terapia lui rappresenta simbolicamente il padre di ogni paziente, per tale motivo è normale che le pazienti, che in tale occasione regrediscono alla loro infanzia, proiettino su di lui dei desideri sessuali edipici. Il suo compito di adulto e di terapeuta, è di dimostrarsi un buon padre e di non cedere al richiamo potentissimo dell'incesto. Perchè di questo si tratterebbe, simbolicamente.
Esco da ogni seduta, nelle quali cerco puntualmente di sedurlo, bagnata fradicia. Lui, che lo ammetta o meno, ne esce provato ed accaldato.
Nell'ultima seduta, mi sono presentata femminile come non mai: capelli raccolti e collo scoperto, abitino bianco di maglia col collo alto, senza maniche. Aderente come una seconda pelle. Senza biancheria, fatta eccezione per calze velate e reggicalze nero. Lasciavo che intravedesse l'orlo di pizzo delle calze ad ogni accavallamento di gambe. Schiudevo in modo invitante le labbra e lo guardavo nel modo più allusivo e lascivo che conoscessi.
Accusò fisicamente il colpo ma verbalmente iniziò per l'ennesima volta a spiegarmi cosa stavo facendo e perchè doveva rifiutarmi.
Lo interruppi, esasperata, e dimenticando ogni cautela gli dissi, direttamente per la prima volta, che volevo sentire il suo cazzo infilato su per la fica.
Si zittì di colpo, rimanendo senza parole.
Ci fissammo a lungo.
Poi riprese con aria dolente: "Non posso". Semplicemente.
"Ma lo vuole, non è vero?", quasi gli urlai.
"Beh gli impulsi sessuali sono..", cominciò cauto.
"Oh, la pianti la prego! Risponda per una volta! Ne ho bisogno, dannazione, mi sento ridicola. Ho bisogno di sapere che tutto questo non è una mia follia. Che è reale. La prego!", lo supplicai stremata.
Seguì un lungo silenzio.
"D'accordo. Avverto dei desideri "incestuosi" nei suoi confronti. Impulsi che controllerò a quasiasi costo", disse faticosamente.
Mi infuriai, "Desideri incestuosi?! Non sono sua figlia! E' così difficile dire che mi vuole scopare, come un uomo che vuole montare una femmina?!", conclusi col respiro affannoso.
Lui distolse lo sguardo, chiudendo gli occhi.
"Vuole che sia volgare? Che le parli come maschio dimenticando tutto il resto? E' questo che mi vuole far fare?", chiese dolente.
"Sì dannazione!", risposi con enfasi.
Riaprì gli occhi, guardandomi con aria triste, sconfitta, prima di aggiungere: "Tutte le volte che so di avere una seduta con lei, sono costretto a masturbarmi. Altrimenti, quando si siede davanti a me in reggicalze, gonna aderente, senza mutandine ed accavalla le gambe, guardandomi in quel modo.. non riuscirei ad evitare di avere un'erezione. Spesso, anche dopo la seduta, dopo averla sentirla parlare per un'ora della sua sessualità, ho la necessità di toccarmi ancora. Più d'una volta, come in questo momento, ho voglia di scopare come non ne ho mai avuta in vita mia. Darei qualsiasi cosa per infilarle il cazzo in fondo alla fica. Forzandogliela per ore, con rabbia, vendicandomi e scaricando con veemenza tutta la mia frustrazione. Se lei non fosse una mia paziente l'avrei già costretta a soddisfarmi da tempo. Ma dato che lo è, le farei un danno tremendo. Psicologicamente. E questa per me è la cosa più importante: non farle del male."
Rimasi a fissarlo, sconvolta ma sollevata al contempo. Avevo voglia di piangere.
Lui mi sorrise, con l'affetto di un padre.
"La seduta è finita, ci vediamo la settimana prossima", concluse.
Gli sorrisi, con gratitudine.
Dopo che ci fummo salutai, gli lanciai un'ultima occhiata appena prima di uscire. Capì subito che stavo pensando a quello che si sarebbe fatto appena fossi uscita.. Per un istante lo vidi abbassarsi la lampo e infilarsi la mano nei pantaloni, in cerca di un pò di sollievo nella penombra, nella silenziosa intimità del suo studio. Lo immaginai toccarsi lentamente, godendo in piedi con la testa protesa verso l'alto, i muscoli del collo tesi, gli occhi serrati. Il bacino proteso in avanti.
Immaginai i suoi movimenti farsi rapidi e convulsi. Il corpo irrigidirsi, la smorfia sul suo viso subito seguita da gemiti rochi. Il corpo preda di lunghi brividi e di quella sensazone di vuoto nello stomaco che precede l'orgasmo. Gemiti virili, liberatori accolgono l'espulsione di tutta quella sborra che ristagnava da ore nei testicoli gonfi. Dolorosamente.
Il corpo sconvolto dalla quantità di tensione appena scaricata, in debito d'ossigeno, che cerca di incamerare tutta l'aria possibile. Il capo abbandonato all'indietro, ansimante.

